La rivista” Marmo” fa parte di un progetto, visionario e lungimirante

La rivista” Marmo” fa parte di un progetto, visionario e lungimirante - News / Eventi
La rivista” Marmo” fa parte di un progetto, visionario e lungimirante, che rimette al centro la cultura d’impresa, oggi molto più importante di ieri. ”Marmo” non è stata, dal 1962 fino al 1971, solo una pubblicazione dedicata alle arti applicate e al marmo, voluta e realizzata da Henraux, sotto la regia di Erminio Cidonio, una sorta di Adriano Olivetti del marmo; rappresenta, accanto ad altre esperienze d’avanguardia degli anni ’60, come” Zodiac”, ”Civiltà della macchine”, ”Stile Industria” , “Ottagono”, che tra l’altro vedono protagonisti, pur in ruoli diversi, progettisti, intellettuali e imprenditori, quel particolare insieme di esperienze e di relazioni che stanno alla base dell’identità del nostro paese.
Quando oggi si parla d’innovazione, di sviluppo industriale, di rapporti con il territorio, di rispetto dei valori del lavoro e del ruolo della “creatività”all’interno del saper fare, tra artigianato e industria, allora quelle particolari esperienze degli anni’ 60, un periodo eroico di pionieri che mettevano la faccia e non si tiravano indietro rispetto al nuovo che avanzava nella vita quotidiana, non possono essere dimenticate né relegate alla nostalgia, perché sono ancora oggi in grado di imprimere alla produzione delle idee e delle cose una fortissima accelerazione.
Basta saper centrare la finalità e non limitarsi alle enunciazioni di programmi roboanti, passo dopo passo, sapendo che al centro di ogni idea c’è la persona, e davanti ad ogni prodotto, quando si tratta di comunicarlo, ma anche di “venderlo”, c’è sempre e di nuovo una persona.

Bisogna saper parlare il linguaggio delle cose, come siamo capaci di parlare il linguaggio delle parole: dietro ogni oggetto c’è una filiera di competenze, di aperture su mondi diversi, inconsueti rispetto alla norma. C’è soprattutto uno sguardo che non si limita a osservarsi come una sorta di narciso soddisfatto di quel poco che ha intorno; è al di fuori del nostro giardino che possiamo ritrovare il “nuovo”.

La rivista” Marmo”, ora che riprende la sua voce, è stato e sarà tutto questo; proviamo ad mettere in fila i protagonisti e così saremmo capaci di parlare di futuro anche oggi.
Erminio Cidonio, come Adriano Olivetti e Lepoldo Pirelli, aveva compreso che era necessario guardare altrove per mettere insieme un gruppo di “visionari concreti”: ecco allora, di nuovo un grande regista di operazioni culturali e industriali come Bruno Alfieri, ideatore di” Zodiac”, una meteora purtroppo (è durata troppo poco,ma anche questo fa parte di tutte le esperienze progettuali d’avanguardia) dove troviamo tra i protagonisti un grandissimo progettista, architetto, grafico e artista come Roberto Sambonet, anche in questo caso un nome che ci riporta ad esperienze industriali di straordinaria innovazione e qualità.

Accanto ad Alfieri, un genio della grafica, non solo italiana, come Michele Provinciali, (fondamentali sono state le sue esperienze didattiche a Chicago dove frequenta negli anni ‘50 l’Institute of Design, fondata da Làslò Moholy-Nagy, una sorta di di New Bauhaus), che trasferisce nella progettazione e nell’impaginazione della nuova rivista, da un lato, l’ordine dettato da una semplicità compositiva che rispetta testo e immagini, senza mai intervenire da protagonista sugli autori, e, dall’altro lato, inserisce qua e là, alcune invenzioni uniche e inattese, riconducibili all’estetica di Marcel Duchamp: la normalità delle cose che supera ogni forma di stilismo inutile e ripetitivo. Nel nostro caso con il marmo non si può scherzare, perché la materia è talmente forte da superare ogni forma di “decoratismo”.
E qui, ovviamente, accanto a Provinciali, che pur essendo il più internazionale dei grafici di quegli anni, non dimentica il territorio da cui proviene, il Monfeltro di Piero della Francesca, emergono “autori”, che provengono da discipline diverse, apparentemente laterali, tra gli altri Giulia Veronesi, Pier Carlo Santini, Gillo Dorfles , accanto a Le Corbusier, Michelucci, Alvar Aalto.

Il marmo e l’ architettura, il marmo e la scultura, ma direi il marmo e il progetto, perché se in quegli anni il design stava nascendo, timido nelle piccole aziende che poi si chiameranno Cassina, Flos, Artemide, Boffi, solo per fare alcuni nomi, comunque già s’intravvedono alcuni segni che non caso poi porteranno alla realizzazione della prima rivista a livello internazionale dedicata al design, nel 1966, ”Ottagono”, fondata appunto da otto imprese, allora nascenti, le quattro citate più Arflex, Icf, Tecno e Bernini. Anche la rivista “Marmo” nasce all’interno di una azienda, Henraux, mantenendo lo sguardo sul proprio territorio di riferimento, le Apuane e il monte Altissimo, in modo particolare, come d’altro canto le aziende pioniere del design italiano, avendo le proprie radici nella tradizione ottocentesca del mobile in Brianza, si alimentano con falegnami, tecnici, operai e piccolo artigiani; ma non dimentica, Erminio Cidonio, che è il mondo il palcoscenico a cui guardare per sviluppare il mercato e per portare in questo territorio straordinario della Toscana, i grandi protagonista dell’arte: Moore, Arp, Adam, Manzù, Noguchi, accanto al dialogo con architetti come Franco Albini, Ignazio Gardella, il tutto sotto lo sguardo e la regia di alcuni studiosi come Giuseppe Marchiori, coordinati, sempre ma con grande libertà, dal committente.

Essere coerenti, qualche volta è faticoso e costa, da tutti punti di vista, ma è soltanto con lo sguardo rivolto in avanti che è possibile interpretare il proprio tempo e anticipare, con il progetto, il “domani”; ecco allora di nuovo, anche se alcuni protagonisti sono cambiati,apparire nel numero 4 di “Marmo”,(1965) altri due grandi figure: il grafico Egidio Bonfante, proveniente sempre dalla scuola olivettiana, e Ugo Mulas con un straordinario lavoro interpretativo della fontana di Adam per Chantilly: la fotografia di Mulas, non solo ci riporta il progetto, ci fa capire, da vicino, il linguaggio del marmo, come se fosse una delle sue famose “Verifiche” della fine degli anni ’60.
Tutto questo a testimoniare che con “la cultura è possibile mangiare”, come scrive in un recentissimo saggio, il Governatore della Banca d’Italia, Vincenzo Visco: per affrontare i grandi problemi economici e non solo, che abbiamo davanti, ”servirà più cultura e bisognerà superare una buona volta e definitivamente la barriera che da noi separa la cosiddetta “cultura umanistica”, da valorizzare, da quella “tecnico-scientifica”, su cui investire”. E’ un problema di conoscenza, la ragione fondamentale su cui si regge lo sviluppo e la crescita di una società, come di un ‘azienda.

Il futuro di Henraux è già qui, giorno dopo giorno, e riprendere, non solo per ragioni di memoria, il progetto di “Marmo”, significa rimettere al centro del progettazione e della produzione una storia attuale, dove tutti coloro i quali appartengono a questo sistema, devono fare il “proprio mestiere”, non dimenticando mai che anche il più straordinario dei progetti, il più innovativo, ha bisogno di diventare “realtà”: dalla idea alla cosa, e per questa ragione, secondo noi, il marmo è una delle grandi narrazioni, concrete, del nostro paese, inesauribile; basta saperlo interrogare nel rispetto della sua identità, come ha fatto Ugo Mulas, con la copertina di Marmo del 1965, che qui riprendiamo come il nostro manifesto del futuro.

Aldo Colonetti
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